Vladimir V. Majakovskij
   
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Alle insegne \ La nostra marcia / Il partito |  Dietro una donna / Ma voi potreste? |

Qualche parola su me stesso \

Alle insegne (1913)

Leggete libri di ferro!

Sotto il flauto d'una lettera indorata

si arrampicheranno marene affumicate

e navoni dai riccioli d'oro.

E se con allegra cagnara

turbineranno le stelle <<Maggi>>,

anche l'ufficio di pompe funebri

moverà i propri sarcofaghi.

Quando poi, tetra e lamentevole,

spegnerà i segnali dei lampioni,

innamoratevi sotto il cielo delle bettole

dei papaveri sui bricchi di maiolica.

La nostra marcia
Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c'è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d'un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.

Il partito
Il Partito è un uragano denso
di voci flebili e sottili
e alle sue raffiche
crollano i fortilizi del nemico.
La sciagura è sull' uomo solitario,
la sciagura è nell' uomo quando è solo.
L' uomo solo
non è un invincibile guerriero.
Di lui ha ragione il più forte
anche da solo,
hanno ragione i deboli
se si mettono in due. Ma quando
dentro il Partito si uniscono i deboli
di tutta la terra
arrenditi, nemico, muori e giaci.
Il Partito è una mano che ha milioni di dita
strette in un unico pugno.
L' uomo ch' è solo
è una facile preda,
anche se vale
non alzerà una semplice trave,
ne tanto meno una casa a cinque piani.
Ma il Partito è milioni di spalle,
spalle vicine le une alle altre
e queste portano al cielo
le costruzioni del socialismo.
lì Partito è la spina dorsale
della classe operaia.
Il Partito è l' immortalità
del nostro lavoro.
Il Partito è l' unica cosa che non tradisce

Dietro una donna (1913)

Spostato su col gomito un lievito di nebbia,

Colava biacca da una fiasca nera

E a briglia sciolta nel cielo

Canuto e greve caracollava fra le nuvole.

Nel fuso rame di case stagnate

A stento si contengono i tremiti delle vie,

Stuzzicati da un rosso mantello di lussuria,

I fumi diramavano le corna dentro il cielo.

Cosce -vulcani sotto il ghiaccio delle vesti,

Messi di seni mature già per il raccolto.

Dai marciapiedi con ammicchi malandrini

Frecce spuntate insorsero gelose.

Stormo che a un colpo di tacco si levi a volo nel cielo

Preghiere di altezze presero al laccio Iddio:

Con sorrisi da topi lo spennarono

E beffarde lo trassero per la fessura d'una soglia.

L'Oriente in un vicolo le scorse,

Più in alto risospinse la smorfia del cielo

E il sole dalla nera borsa strappato fuori

Pestò con cattiveria le costole del tetto.

Ma voi potreste? (1913)

A un tratto impiastricciai la mappa dei giorni prosaici,

dopo aver schizzato tinta da un bicchiere,

e mostrai su un piatto di gelatina

gli zigomi sghembi dell'oceano.

Sulla squama d'un pesce di latta

lessi gli appelli di nuove labbra.

Ma voi

potreste

eseguire un notturno

su un flauto di grondaie?

Qualche parola su me stesso (1913)

Amo guardare come muoiono i bambini.

L'avete mai vista la brumosa onda della risacca del riso

dietro la proboscide della tristezza?

Io, invece,

nella biblioteca delle strade

ho sfogliato così spesso il volume delle tombe.

La mezzanotte

palpava con fradicie dita

me

e il chiuso steccato,

e con la calvizie delle cupola imperlata dall'acquazzone

galoppava la cattedrale impazzita.

E vedo: Cristo fuggiva dall'icona,

e la fanghiglia baciava in lacrime

il lembo della tunica sbattuto dal vento.

Io grido contro il muro,

conficco il pugnale delle parole frenetiche

nella polpa del cielo inturgidito:

<< Sole!

Padre mio!

Abbi tu almeno pietà, non tormentarmi!

E' il sangue mio da te versato che scorre sul lungo cammino.

E' la mia anima

in quei brandelli della lacerata nuvola

sull'arrugginita croce del campanile

nel cielo riarso!

Tempo!

Almeno tu, sciancato pittorucolo di icone,

dipingi la mia immagine

nel sacrario del secolo deforme!

Sono solitario come l'ultimo occhio

di un uomo in cammino verso la terra dei ciechi>>.

In una vaga disperazione il vento
si dibatteva disumanamente.
Gocce di sangue annerendosi
si gemmavano sulle labbra d' ardesia.
E uscì, a isolarsi nella notte,
vedova la luna.

La nostra marcia

Battete in piazza il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena d' un nuovo diluvio
laveremo le città dei mondi.

Il toro dei giorni è pezzato.
Il carro degli anni è lento.
Il nostro dio è la corsa.
Il cuore è il nostro tamburo.

Che c' è di più celeste del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d' un proiettile?
Nostre armi sono le nostre canzoni.
Nostro oro le voci squillanti.

Prato, distenditi verde,
copri il fondo dei giorni.
Arcobaleno, da' un arco
ai cavalli veloci degli anni.

Vedete, il cielo s' annoia delle stelle!
Senza di lui intrecciamo i nostri canti.
Ehi, Orsa Maggiore, esigi
che ci assumano in cielo da vivi!

Bevi le gioie! Canta!
Nelle vene la primavera è diffusa.
Cuore, batti la battaglia!
Il nostro petto è rame di timballi.

Ancora Pietroburgo

Negli orecchi i frantumi di un accaldato ballo
E dal Nord - più canuta della neve - una nebbia
Dal volto di cannibale assetato di sangue
Masticava gli insipidi passanti.

Le ore incombevano come un volgare insulto,
Incombono le cinque e sono poi
Le sei - ci sta a guardare dal cielo una canaglia
Maestosamente come un Lev Tolstoi.

Eppure

La via sprofondò come il naso d' un sifilitico.
Il fiume era lascivia sbavata in salive.
Gettando la biancheria sino all' ultima fogliuzza,
i giardini si sdraiarono oscenamente in giugno.

Io uscii sulla piazza
a mo' di parrucca rossiccia
mi posi sulla testa un quartiere bruciato.
Gli uomini hanno paura perchè dalla mia bocca
penzola sgambettando un grido non masticato.

Ma, senza biasimarmi nè insultarmi,
spargeranno di fiori la mia strada, come davanti a un profeta.
Tutti costoro dai nasi sprofondati lo sanno:
io sono il vostro poeta.

Come una taverna mi spaura il vostro tremendo giudizio!
Solo, attraverso gli edifici in fiamme,
le prostitute mi porteranno sulle braccia come una reliquia
mostrandomi a Dio per loro discolpa.

E Dio romperà in pianto sopra il mio libriccino!
Non parole, ma spasmi appallottolati;
e correrà per il cielo coi miei versi sotto l' ascella
per leggerli, ansando, ai suoi conoscenti.

Nebbia
Spostato su col gomito un lievito di nebbia,
Colava biacca da una fiasca nera
E a briglia sciolta nel cielo
Canuto e greve caracollava fra le nuvole.
Nel fuso rame di case stagnate
A stento si contengono i trèmiti delle vie,
Stuzzicati da un rosso mantello di lussuria,
I fumi diramavano le corna dentro il cielo.
Cosce-vulcani sotto il ghiaccio delle vesti
Messi di seni mature già per il raccolto.
Dai marciapiedi con ammicchi malandrini
Frecce spuntate insorsero gelose.
Stormo che a un colpo di tacco si levi a volo nel cielo
Preghiere di altezze presero al laccio Iddio:
Con sorrisi da topi lo spennarono
E beffarde lo trassero per la fessura d' una soglia.
L' Oriente in un vicolo le scorse,
Più in alto risospinse la smorfia del cielo
E il sole dalla nera borsa strappato fuori
Pestò con cattiveria le costole del tetto.

 

   

 



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